Archivi tag: caffè

mccaffè

Oggi lavoravo alle 9.30. Trovo un passaggio e arrivo che sono solo le 8.30 alla stazione. Non sapendo cosa fare di me stessa – cosa devo ammettere a sai rara di questi tempi-  mi guardo intorno conscia di aver dimenticato ormai la difficile arte dell’ammazzare il tempo.

Il Sephora è desolato e le commesse guardano i possibili avventori come a dire “Non ti azzardare a rompere le balle” applicando probabilmente una nuova politica aziendale. Allora faccio un giro per i bar ma la situazione sembra aggiacciante: gli Chef espress e i Ciao non mi piacciono. Sono mediamente scortesi e in più il caffè non è un granchè.

Memore della recente gita al Mc (solo da qualche giorno ho digerito il wrap), decido per l’ultima spiaggia: un caffè americano al Mc, che mi viene servito da una signorina mceducata in una anonima tazzona bianca (strano….hanno dimenticato il simbolo?) al modico costo di 1 euro (la cosa che mi inquieta leggermente è che costi come l’hamburger ma propendo per pensare che quello sia semplicemente a prezzo calmierato). Mi sfragno su una sedia e metto un latte e uno zucchero: non sarà il massimo ma dopo la notizia dei risultati elettorali qualsiasi cosa – anche minima – mi aiuta dandami un pò di sollievo.

Si fanno le 9.05 e prudentemente vado a prendere il bus: salgo nella vettura che parte, fa 20 metri e si ferma. Il conducente scende e inizia la pausa. Di quindici minuti.

La prossima volta mi sa che l’americano lo chiedo doppio….

Annunci

Pausa amalfitana

Ogni tanto una pausa ci vuole. Onde non imbracciare un fucile e cominciare a sparare su chi rompe le scatole in momenti inopportuni.

Quindi per questo fine settimana sono in Costiera amalfitana cercando di sperimentare nuove forme di antidepressivi a base di pizza e sfogliatelle.

Amalfi resta in bassa stagione un piccolo paradiso dove prendersi una parentesi dalla ferocia della vita contemporanea nonostante le orde di turisti over 60 e le classi in gita.

parentesi: in entrambi i gruppi ciascuno è provvisto di apposito sacchetto di limoni/cedri giganti, acquistato in negozi di souvenir, da portare come “ricordino” a casa. Questo peraltro è un classico caso di frutto usato a scopi sentimentali: solo il 5 % percento di questi limoni/cedri verranno effettivamente consumati; il resto verrà conservato in bella vista nelle fruttiere di soggiorni e tinelli sino a che non marciranno. E inutile dirsi quando li si acquista “Ah come sono buoni! E poi mi servono proprio”. Tanto non li mangerete.

Oggi sembrava proprio di stare in vacanza d’estate: faceva talmente caldo che alcuni si erano coraggiosamente avventurati anche a prendere il sole in spiaggia.

Io ho ripiegato, si fa per dire, su un caffè con sfogliatella da Pansa, sulla piazza del Duomo (la cui visita è stata ovviamente funestata dai turisti di cui sopra).

Seduta al bar, ho pensato che forse non sarebbe poi male se recuperassimo un pò di qualità della vita nel quotidiano. Magari non dovendo arrivare per forza qui, con un parcheggio di ben 3 euri l’ora.

Il Diluvio Universale

Mi immagino che sia più o meno andata così: che abbia cominciato a piovere, poi a diluviare e non abbia più smesso.

Oggi ho avuto qualche presagio biblico: ho visto qualche pinguino in giro per la città (ma forse quella è solo la mia solita voglia di Kinder Pinguì).

Ma dell’ Arca nessuna traccia.  Ma attendo fiduciosa.

D’altronde stamattina sono uscita da casa, ho  aperto l’ombrello e mi è arrivato subito uno scroscio d’acqua sulla testa. Perchè se odio quando piove, detesto quando piove a vento.

E sopratutto non ci sono più gli ombrelli di una volta: ora ci sono questi ombrellini, prodotti a Taiwan (che se sei previdente compri al super a 1.50 euri oppure in mezzo alla strada, quando sei già fradicio, almeno al doppio).

Il decadimento della qualità degli ombrelli – credo – rispecchia bene il decadimento della nostra società.

Una qualità usa e getta: che al primo alito di vento sembra essere finiti in una scena di un film Disney di Paperino. Se mi sembra di essere Gene Kelly o Fred Astaire e comincio a cantare o ballare è perchè  sto finalmente dormendo e sognando.

E in qualche minuto sotto il diluvio,  una lunga ora di preparazione davanti allo specchio si annulla e sembro subito una pazza: capelli arruffati, abito fradicio e trucco colato (casualmente stamattina mi sono fatta uno smoky eye che si tramuta subito in effetto panda).

L’autobus ovviamente non passa: piove e tutti sono corsi a prendere la macchina.

Arrivo in stazione e mi rifugio al Mc Donald’s per riscaldarmi con un caffè americano. E sento il commesso che continua a ripetere che non capisce come la gente possa bere quel bibitone immondo. “Acqua calda sporca” dice.

Gli darei la mia mano gelata. Giusto per fargli provare un’epifania.