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Un test in un soffio

Oggi ho avuto la prova che, sebbene appartenente alla specie umana, io non sia troppo normale.

Per la solita gastrite, al modico prezzo di 17.94 euro (ho pagato con 20.95 euri dicendo subito, a scanso di equivoci:  “Guardi il centesimo lo può tenere”) sono andata in una semi-fatiscente struttura pubblica ospedaliera per fare l’UREA BREATH TEST, che ad oggi considero praticamente il test più figo che io abbia mai fatto. In assoluto.

Non ti devi spogliare (quindi niente problemi biancheria intima a orsetti), non ti mettono le mani addosso (e non c’è nulla di peggio del medico che ti fissa e tocca solo alcune parti anatomiche – peraltro che non c’entrano nulla con la visita in questione), non ti fanno l’anestesia (sempre dolorosa “al risveglio”).

Basta soffiare con una cannuccia tipo quella dei succhi di frutta in due fialette, poi si beve un liquido di contrasto (ed è proprio lì che ho dubitato della mia umanità: tutti dicono che è amarissimo mentre io l’ho trovato assai gustoso!). Quindi si attende 20 min. e poi si risoffia in due fialette. Finito. Tutto lì. Poi tra venti giorni mi diranno i risultati, che anche se non ci crederete spero siano positivi.

Come ho raccontato più volte, infatti, ho spesso la gastrite e quindi se scopro che è colpa dell’Helicobacter pylori mi fermo: niente più analisi. Se invece è negativo potrei essere trascinata in un turbine di diverse analisi tra cui purtroppo il mio spauracchio peggiore: la gastroscopia.

Sì perchè il pensiero di farmi infilare una cannula in bocca proprio non mi convince. Se proprio è necessario, debbono legarmi e poi darmi una botta in testa: il Valium è acqua.

Quindi attendo e incrocio le dita.

Ho dimenticato comunque di dire l’unica nota negativa del test (si non ci sono rose senza spine!): bisogna andare a digiuno senza neppure aver bevuto un caffè. Alle 9.30 un solo pensiero mi ha fermato dal mordere un paziente: che poteva avere qualche malattia.

Ho quindi aspettato per una colazione con un cornetto. Crema e pere. A mente fredda penso proprio ne sia valsa l’attesa.

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Quando vai al super

Il super è per me sempre luogo di insuperabili esperienze di vita extracorporea e super o sovranaturali.

Sarò cinica ma mi danno ai nervi le decine di mamme e papà con prole a carico, con cui probabilmente stanno cercando di passare del tempo di “qualità” consigliato dai più aggiornati pedagogisti ed educatori, che accumulano kili e kili di cibo in formato convenienza.

Ogni tentativo con l’ipod è inutile: le urla dei pargoli per avere cibo zuccheroso che genera assuefazione sovrastano qualsiasi cosa. E allora cerco di rifuggiarmi in un angolino, un pò nascosto, tra il sapone per piatti e le pastiglie delle lavastovilglie, dove vengo però accalappiata da una zelante signorina che cerca di rifilarmi al modico prezzo di 20 euri 6 confezioni di un utilissimo detersivo per panni (immagina probabilmente che io stia con l’intera nazionale di rugby).

Da questa categoria però esento le hostess del  Gran Soleil (quelle con il carettino itinerante nei vari reparti del super), che in cambio della pilla di 5 min su come è buono il prodotto ti danno un mini gelato (che per inciso credo ormai di aver provato a tutti i gusti e quindi vi posso mettere in guardia contro il mellifluo “frutto della passione”).

Visto che ci siamo vorrei anche proporre una petizione online perchè vestirle con quelle divise in tessuto sintetico giallo diventi illegale: estenderei poi la protesta anche per le hostess Ryanair (e fortuna che sugli aerei non si può fumare o temo prenderebbero fuoco).

Comunque dopo un Gran Soleil al cioccolato ho fatto pace con il mondo e sono andata verso il banco frigo per fare razzie dei consueti Kinder Pinguì e Kinder Fetta al latte (che come vi ho spiegato già mangio a colazione come consiglia Fiona May – poi dice che le pubblicità non servono).

E lì da dove si gode un’ottima vista delle casse assisto alla solita lotta uomo-macchina alle casse automatiche: qualcuno ha mai spiegato a certa gente che dovrebbe provare a passare sul sensore quella cosa chiamata “codice a barre”?

E quindi voglio rassicurare tutti coloro che temono che un giorno automatizzeranno il lavoro dell’uomo. Non vi preoccupate per i super: la gente è ancora troppo incapace!

OREO VS RINGO BLACK

Tra gli scaffali di Auchan in cui, come in Alice nel paese delle meraviglie, tutto dice “assaggiami”, “mangiami”, “comprami”, ho trovato degli scontatissimi Ringo Black (altrimenti detto “il Ringo che voleva fare l’Oreo”) e giusto per il dovere di documentazione ne ho acquistati due tubi (just in case!).

Quindi stamattina, ancora immersa nel coma post risveglio, vado a fare la prima prova accompagnandoli al caffè.

Il biscotto mi appare troppo spesso, duro ed è praticamente impossibile aprirlo in due per grattarne via con i denti la cremina bianca. E in più, incredibile ma vero anche se è tutto nero non sa molto di cioccolato.

Ma non boccio mai un biscotto al primo incontro e a merenda faccio la prova del 9: inzuppo nel latte freddo.

Niente, l’ennesima delusione: sempre duri. E allora mi appoggio su una mano e non posso far altro che canticchiare “O-RE-OOOOOO, O-RE-O, OREO!”

La pubblicità farà male, ma i Ringo Black sono peggio.