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Altro giro su Youtube, altra scoperta.

Qualche giorno fa solleticata da uno stupidissimo video nella vetrina della categoria “Fai da te e stile”  su come assemblare una Bento box (cioè uno di quei portapranzi giapponesi; inciso: io ne comprai uno di Hello Kitty alcuni anni fa bellissimo su Ebay ma non l’ho mai usato!), mi sono lanciata alla ricerca di “how to make a bento box”. Tra buffi video di gente che taglia le fette di pane a forma di pesciolino, ho trovato finalmente un altro canale che è veramente una perla: Cooking with Dog, che propone una serie di complessissime ricette giapponesi, presentate per l’appunto da Francis – come in Kiwi e Arturo ma per davvero), un barboncino francese in uno stentato inglese con accento giapponese (scusate il garbuglio di nazionalità ma ora che me ne sono accorta non cancello scientemente queste due righe).

commento fuori campo: scusate ma non ho resistito al confronto ma è surreale

Ora a parte che vedendo questi video si fanno delle scoperte fantastiche e fondamentali (senza le quali non so come la mia vita abbia avuto un senso sino ad ora):

-i giapponesi usano le bacchette anche per sbattere le uova

-esistono padelle rettangolari per realizzare frittate adatte a fare rolls

-che il 90% della cucina giapponese consiste nel tagliare

-l’uso libero dello zucchero in piatti dolci e salati (non devono conoscere il diabete)

Verrete subito conquistati dalla facilità con cui la signora giapponese (che fa da spalla al cane) assembla i piatti ma ben presto giungerà a voi una consapevolezza. Non potrete mai usare quei tutorial

a. perchè non avete fatto un addestramento da samurai

b. a meno che voi non vi troviate in Giappone il 75% (stima a occhio) dei prodotti non sono trovabili in Europa a meno che non vogliate fare un mutuo e recarvi in un negozio di prodotti d’importazione

Comunque anche da guardare non è male: anzi è ipnotico. E poi si può sempre uscire ed andare a ristorante.

Memorabilia del palato

L’altro giorno facendo pulizie straordinarie ( la mia camera da letto sembrava fosse stata  colpita da Katrina) ho trovato, ammucchiato e defenestrato una serie di riviste antidiluviane: vecchi Cioè (con ancora le copertine stacca-attacca), Smash hits, Silhouette e via dicendo.

Insomma quelle cose che all’università fai finta di non aver mai letto e continueresti a negare anche sotto tortura.

Ma ad un certo punto trovo un tesoro inestimabile: uno di queli vecchi allegati dei quindicinali salutisti intitolato A dieta senza sacrifici.

Tredici chili fa le avevo provate tutte (dieta del cappuccino, Beverly Hills, delle patate, dissociata etc etc), e collezionavo queste inutili e sgrammaticate pubblicazioni onde non ricorrere all’aiuto di un costoso (ma necessario, come si è rivelato in seguito) professionista.

Tra le chicche di questo fatiscente volumetto (pensate che già era economico nel 1998, quando era uscito), non ho potuto non mettervi a parte di questo incredibile suggerimento:

“Quanti piatti prevedono un soffritto? (…) Un’ottima alternativa a quello classico preparato con l’olio o con il burro (…) è la variante che utilizza  solo qualche cucchiaio d’acqua”

Io a costo mangio verdure bollite.