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Falsi veri saldi

Nuovi giri al centro commerciale in cerca di qualcosina da comprare. Mi spiego: siccome ho chili e chili di vestiti risalenti al liceo ormai logori, scoloriti e consunti (che ormai mi implorano di porre fine alla loro miserabile vita in un cestone della Croce Rossa), ho deciso di darmi un pò allo shopping.

E quindi sono andata al centro commerciale dove ogni vetrina urla “Promozioni”, “Sconti” etc etc. E allora mi chiedo: ma non sarà il caso di liberalizzare i saldi? Tanto alla fine fine chi vuole trova escamotage di vario tipo per ridurre i prezzi. Che ne dite?

Io intanto – prima di risolvere questi alti problemi filosofici -mi sono comprata qualche maglietta.  Che non fa mai male

Crisi pasquale

Non tutti fanno i regali a Pasqua ma a casa mia sì. Da quando abbiamo abolito l’inutile (perchè la cioccolata – anche nei casi delle marche super –  è comunque di qualità inferiore) e costosa (questo credo non abbia bisogno di commenti) tradizione di regalare le uova, abbiamo “riepiegato” – si fa per dire – su un regalo tradizionale.

Questa tradizione, che qualcuno potrebbe pensare intelligente – poichè evita sprechi inutili di denaro – si è rivelata presto una trappola: scegliere il regalo è sempre frutto di elucubrazioni, test, sperimentazioni varie, destinate immancabilmente al fallimento.

Per la mamma sono passata al Body Shop di via del corso che sta chiudendo e ha tutto al 50%. Sistemata!

Mio papà mi aveva chiesto una cosa specifica: meno male gli uomini sono sempre più complicati.

Con mia nonna invece iniziano i problemi: che fare? E a via Frattina (incredibile!) ho trovato la soluzione: c’è un negozio che per cifre relativamente modiche ti ricama il nome o una frase su cappelli da cuoco (10/12 euri a seconda del modello) o grembiule (15 euri).

Cuffiette da notte peccato non ne hanno. Per me non c’è speranza!

Shopping centered?

Ieri pomeriggio ho detto basta. Dopo una mattina, e sopratutto una settimana di lavoro ho fatto la botta di matto: sono uscita.

Ma faceva troppo freddo. Decisamente. E allora si mi sono trovata ad un bivio: congelare la mia cellulite oppure optare per un luogo coperto.

E non volendo andare al cinema, solo una soluzione rimaneva: il centro commerciale. Sì so cosa state pensando: se alle quattro sei già semi morta dal sonno, come puoi resistere alla bolgia infernale di uno shopping center?

Lo so, ora lo so. Ma avrei voluto che ieri qualcuno avesse la cortesia di dirmelo.

Mi sono avventurata verso le cinque bardata con stivaletti neri, guanti, cappello e sciarpa. Appena ho varcato le porte scorrevoli sono stata investita da un clima tropicale tanto che mi sono andata subito a comprare un Oasis. Come sempre la pubblicità è ingannevole e quindi, invece di un figone, me l’ha servita più un tipo così:

Dopo con tutto il mio armamentario (cappello, cappotto, guanti, sciarpia e …no gli stivaletti no) in mano sono partita per proseguire con la mia caccia ai saldi.

Ho provato prima con le cose serie: scarpe, cappotti, maglioni. Ma niente: tutti capi per folletti, puffi (senza offesa a entrambe le categorie) oppure escort e cubiste (idem). E allora non rimaneva che una soluzione, anzi due: comprare cibo e cazzate senza alcuna utilità.

Quindi sono andata da Accessorize e ho fatto miei quattro mini-evidenziatori con il cappuccio a forma di testa di orsetto (secondo la confezione sono topi mah) per ben 1.35 € e una matita con un ape a molla a 0.57€.

E mi chiedo come sia possibile che ne siano rimaste montagne in negozio. Mah.

Intanto il pomeriggio era quasi passato:  per pagare solo due cose sono state 30 min in fila tra “coattone supertruccate” in tuta adidas fluo, mamme “all’arrembaggio”, figlie pelle e ossa, vecchiette “non demordo” in leggins (trad. per i non addetti ai lavori: fuseaux) leopardati.

E si erano fatte le 19. Allora corro al super cercando quantomeno di accalappiare il necessario: kinder fetta al latte, succo di pomodoro, philadelphia.

Corro alla cassa amica e mi metto dietro ad una fila chilometrica. Passando 5 minuti e non ci muoviamo. Penso da solita razzista ad un ultranovantenne che no  riesce a passare i codici a barre.

Mi sporgo e vedo due trentenni, che probabilmente hanno fatto l’aperitivo con il Cynar.

Mi consolo: almeno non rischio di morire di fame nell’attesa.